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La presentazione del libro L’eccelsa rupe di Rosario Ilardo ha avuto luogo il 27 febbraio 2015 da parte della professoressa Rosalba Gallà, nella sala convegni della Camera del Lavoro, ed è stata organizzata dal presidente dell’Auser di Cefalù, Adelelmo Napoli.

Durante la presentazione, sono state proiettate immagini tratte dal libro e sono stati letti alcuni brani con l’accompagnamento musicale della chitarra di Delia Saja.

PRESENTAZIONE

Per iniziare il viaggio all’interno di questo libro, vorrei partire dalle parole dello stesso autore tratte dalla nota introduttiva, parole che, parzialmente riportate anche in quarta di copertina, devono avere un’importanza fondamentale nel definirne l’obiettivo, al di là di tutti gli aspetti storici, archeologici, paleontologici, geologici, geografici, biologici trattati con estrema competenza e con ampio respiro culturale, che costituiscono il corpo dell’opera, il sostrato da cui prendere le mosse verso l’ascesa. Perché di ascesa si tratta, ascesa attraverso l’eccelsa rupe, attraverso le sue pietre e la sua terra, ascesa attraverso il libro, attraverso le sue parole e le sue immagini.

Nella dinamica storica del Mediterraneo, anche Cefalù può rivendicare un proprio ruolo, di cui è partecipe la rupe stessa, che imprime alla città un suggello indelebile, dandole nome e forma. La rupe o, più semplicemente, la rocca o ‘u castieddu, come i naturali amano chiamarla, è il monumento che più d’ogni altro ha disvelato le remote origini della Città, ha acceso il sentimento della gente, è entrato nella coscienza collettiva, ha ispirato cantori, poeti e artisti in ogni tempo, ha arricchito di spunti e di colori i diari degli eruditi e intraprendenti viaggiatori del passato, ha propiziato l’accostamento al divino.
La rocca va scoperta passo dopo passo, con fatica e desiderio, calpestando terra, roccia, fango e limo, per guadagnarsi lentamente l’incanto di uno scorcio e godere le meraviglie di un paesaggio che muta ad ogni sguardo, che cangia ad ogni incedere. Qui riecheggia la Storia: mura di cinta, torri merlate, camminamenti, cisterne, casermette, chiese e templi, re e imperatori, miti e leggende, ci accompagnano lungo le asperità della salita, che, di volta in volta, ci sorprende, ci rapisce, ci educa, dischiudendoci un ventaglio di bellezze naturali che sono motivo di gioia, di sollievo per lo spirito, di silenzio, di contemplazione delle opere del Creatore che, offrendoci “perenne testimonianza di sé”, fa risplendere la Sua gloria nell’ordine della Natura. E avviene che il visitatore dall’affannoso petto, inconsapevolmente, si ri-scopre pellegrino dell’Assoluto, che, con passo lento e lievissimo come “il mormorio di un vento leggero”, si incammina lungo la Via della bellezza e della pace. È, allora, che la salita diviene “ascesa”, diviene “Itinerarium animi”, un cammino orante che dalla “prima dimora” prosegue verso la “settima dimora”, là dove regna il “Signore del castello”, cioè Dio, meta ultima della vita interiore.
Per questo sentire, e per tanti altri palpiti ancora, la rocca di Cefalù – lo dico senza iperbole – è autentico rifugio dell’anima, è ricerca della Verità, è una finestra aperta sulla propria interiorità, è luogo eccelso, uno dei più eccelsi che questa terra di Sicilia possa averci mai donato.

Le immagini sono tratte dal contributo fotografico di Pino Lo Presti, Sguardi all’infinito, presente ne L’eccelsa rupe: esse esprimono sensibilità, stati d’animo ed emozioni che rendono ‘visive’ le parole di Rosario Ilardo.

L’autore definisce la nostra rupe un “monumento” e usa questo termine con il corsivo nel testo, perché, in genere, per monumento si intende un’opera di scultura o di architettura collocata in uno spazio per la celebrazione di persone illustri o per ricordare avvenimenti di particolare importanza storica o, in senso più ampio, qualunque opera d’arte che per il suo valore o per il suo significato meriti un particolare riconoscimento e, soltanto per analogia, si parla di monumento naturale, con riferimento ad ambienti o ad elementi di particolare rilievo dal punto di vista paesaggistico, scientifico, o anche storico ed è proprio questo l’uso che ne ha fatto l’autore.
Ma io voglio appropriarmi del termine per dire che questo libro, L’eccelsa rupe, edito dall’Officina di Studi Medievali di Palermo nel 2013, è un monumento perché costituisce una testimonianza tale da conservare la memoria di tutto ciò che riguarda la nostra rupe, la nostra rocca ed è monumento nel senso etimologico del termine, per cui monère, vuol dire ricordare… ma anche ammonire e io mi sono sentita invitata al ricordo, ma anche ammonita per le mie distrazioni, per tutte le volte che non ho ricordato, esortata a non farlo più.

Tentare una sintesi del testo è opera ardua, ma probabilmente anche inutile, perché non è un libro da riassumere: è un libro da tenere come cosa preziosa nella propria biblioteca, da gustare lentamente, da consultare quando avremo domande sulla rupe che ci sovrasta e lì troveremo tutte le risposte e le provocazioni a cercare nuove risposte. La rocca, però, non è considerata in maniera separata, ma nelle sue interconnessioni, non solo con il territorio cefaludese, com’è inevitabile, ma con tutta la storia della Sicilia, anzi di più, con tutta la storia del Mediterraneo in cui la Sicilia occupa una posizione di privilegio, in un percorso che, partendo dal Paleolitico, arriva sino a noi. Una tecnica cinematografica, direi, per cui Rosario Ilardo usa i campi lunghi o lunghissimi per inquadrare gli ampi contesti in cui si inserisce la nostra storia per poi ‘zumare’ su Cefalù e la sua rupe.

Articolato in cinque parti, cui ne corrispondono altrettante nell’Apparato fotografico, nelle prime due il libro attraversa, appunto, il paleolitico, le diverse ipotesi e tesi sui primi abitanti dell’isola, a partire dai leggendari ciclopi e lestrigoni, e poi i Sicani, i Siculi, le ipotesi sulla nascita di Cefalù, la figura di Ercole, le civiltà del Vicino Oriente (Sumeri, Assiri, Babilonesi), i Fenici, i Popoli del mare, Minoici e Micenei, i Greci e poi lo scontro tra Roma e Cartagine e quindi Cefalù romana. Importantissima la parte dedicata all’età bizantina, quando viene realizzata la fortificazione della rocca, descritta con ricchezza di dettagli. Tutto questo attraverso l’utilizzo degli scritti degli antichi storici, di storiografi, di opere letterarie, di tutte le fonti e di tutti i reperti possibili, con la perizia del ricercatore che più indaga, più scopre che è necessario indagare, si approssima alla completezza, ma non la raggiunge mai.
E a proposito della trasformazione della Cefalù bizantina in roccaforte, ecco gli interventi relativi alla rupe:
• Potenziamento delle opere di sbarramento dell’accesso di ponente a quota 95 m s.l.m. con l’affascinante ricostruzione del “muro che non c’è più”;
• La costruzione della grande cinta dell’acropoli, a quota 130-135 m s.l.m.;
• La costruzione della seconda cerchia muraria concentrica alla prima, a difesa della sommità;
• La costruzione delle torri in cima al monte;
• La costruzione della cittadella (Kastron bizantino) sul pianoro di ponente, ai piedi dell’edificio megalitico, per il ricovero della popolazione in caso di necessità e pericolo di incursioni;
• La costruzione dei magazzini per il deposito e la conservazione delle derrate alimentari;
• La costruzione di una batteria di forni per la panificazione all’interno di un articolato complesso edilizio;
• La costruzione della chiesa di S. Venera;
• La costruzione di un ramificato sistema di cisterne per la raccolta e la conservazione delle acque piovane;
• La costruzione della “strada dell’acqua”;
• L’ampliamento della cinta muraria di levante;
• La costruzione del “muro dei cosentini” a ponente.
Il tutto analizzato tenendo conto degli interventi di restauro e di ricostruzione avvenuti nel tempo o dello stato di degrado in cui versano.
E proprio nella parte seconda, nel paragrafo Rupe e Città: un rapporto di unificante integrazione, con sapiente tecnica letteraria, Ilardo fa prima una breve sintesi di quanto detto sino a questo punto, ripartendo dalle condizioni di vita sulla rocca nel Paleolitico, attraversando la rivoluzione del Neolitico e le nuove forme di economia (dall’economia di prelievo a quella di produzione), la formazione del villaggio e poi del phrourion, “munito per tre lati da possenti mura megalitiche” e difeso in tutto il fronte meridionale dalla rupe, “con le sue pareti irte e impraticabili”, concludendo con la trasformazione del monte in una formidabile fortezza, a difesa dalle incursioni barbaresche. Ma il passato, anche quello remoto, non è mai sganciato dal presente e dal futuro, e così l’autore interrompe la narrazione del passato per fare una prolessi, un’anticipazione rispetto al percorso temporale seguito, esprimendo le sue opinioni sull’idea di realizzare un ascensore sulla rocca e, più in generale, sull’uso ‘turistico’ di questo nostro monumento naturale e fa le sue proposte per evitare che la rocca possa trasformarsi in un non-luogo, al pari della “città bassa, della parte nuova” e in questa sua analisi coinvolge e cita Matteo Collura, Pasquale Culotta, Domenico Portera e fa riferimento al Bando nazionale di concorso per la redazione del Piano paesistico particolareggiato della rocca del 1972, di cui, come sindaco di Cefalù, Ilardo fu promotore, e agli esiti successivi.
All’interno di quest’analisi, vi è un passo veramente lirico, in cui l’uso dell’anafora esalta il profondo sentire dell’autore.

Lasciamo, allora, che questo gigante di pietra, così a ridosso del “progresso”, resti integro, solitario, remoto, selvaggio, anziché piegarlo al comodo nostro. Lasciamo che sia la sana e nordica abitudine al camminare a redimerci dal peso della nostra isolana pigrizia, che, per dirla con Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo, è “desiderio di immobilità voluttuosa”. Lasciamo che la rocca ci stanchi con le sue asperità, riservandoci la gioia di scoprire, passo dopo passo, terra e cieli nuovi. Lasciamo che sia il ritmo lento dei nostri passi ad accompagnarci lassù, alla scoperta di orizzonti lontani. Lasciamo che sia il battito accelerato dei nostri cuori a parlare con chi ci sta accanto. Lasciamo che sia il fragore del silenzio a coprire l’insolenza dei rumori che fermentano dal basso, aprendoci alla contemplazione dell’Eterno. Lasciamo che la rocca continui ad “Irradiare una sorta di benefico antidoto alla demenziale foga edificatoria dei Siciliani” (M. Collura). Lasciamo che la rocca si divincoli dalla stretta ossessiva del mercato, dalla corsa al facile profitto, dal business della travolgente industria del turismo di massa, che sotto gli auspici della onnipresente “macchina del progresso” e della sua “idea di sviluppo”, si impadronisce di luoghi e di spazi, appiattendo la specificità dei siti e le nostre stesse coscienze. Lasciamo che al Monte, così come agli altri luoghi forti della Città, si avvicinino solo coloro che siano profondamente ispirati, “non attratti dallo zufolo consumistico di masse ma sospinti individualmente da curiosità interiore” (P. Culotta).

Quindi, attraverso un fitto dialogo con i numerosi autori che si sono occupati della questione e con articolate argomentazioni, Ilardo si sofferma sull’annosa questione se il nucleo originario di Cefalù debba essere considerato sulla rocca o ai suoi piedi.
Ilardo ritiene che l’antica città di Cefalù “sia stata fondata ai piedi della rocca, in riva al mare, anche se, in realtà, sin dai primordi, la rupe è stata luogo di costanti frequentazioni da parte di gruppi indigeni appartenenti ai primi abitatori dell’Isola”. Sono da rigettare le tesi sia di coloro che sostengono che l’antica città sia sorta sulla rocca e trasferita poi da Ruggero II alle sue pendici, sia di coloro che negano l’esistenza sulla rupe di un qualsiasi tipo di stanziamento abitativo. Il nucleo sulla rocca doveva essere abitato, secondo la testimonianza di un cronista arabo, ancora nella seconda metà del XII sec. per cui si può ricavare che la città sul monte sia rimasta abitata non solo durante il periodo bizantino, ma anche in quello arabo, divenendo una “città rovinata” forse solo verso la metà del XVI secolo, al tempo della “Prospettiva di Cefalù” di Camiliani.
“I Bizantini, nel trasformare Cefalù in una delle roccaforti più munite dell’Isola, dimostrarono di voler privilegiare una precisa strategia: mantenere, salvaguardandola e potenziandola, la città bassa e fortificare, al contempo, la rupe, per non precludersi, fra l’altro, la via di accesso al porto”.

Dopo queste analisi, l’autore riprende il percorso storico e attraversa prima il periodo arabo, e poi, con un nuovo campo lunghissimo, ci mostra l’Europa al tempo dei Normanni, e quindi il periodo svevo, angioino, aragonese, spagnolo. Nuove zumate ci riportano di volta in volta dalle nostre parti, come, a titolo soltanto esemplificativo, al ruolo dei Ventimiglia.

Complessa l’attribuzione della paternità del castello, che ora è andata ai Bizantini, ora ai Saraceni, ora ai Normanni e, d’altra parte, il rinvenimento di manufatti di età ellenistico-romana può far supporre che alcune strutture del castello potrebbero essere di molto anteriori. Ma volendo focalizzare l’attenzione sul fenomeno dell’incastellamento normanno, l’autore afferma che esso fu conseguenza dell’esiguità delle bande armate e della necessità di creare luoghi fortificati nei punti strategici dell’isola ai fini difensivi: Cefalù, per la collocazione centrale nella costa tirrenica e alle porte del massiccio madonita, rientrò nel progetto politico-militare difensivo di Ruggero II e così è probabile “che sia stato proprio il Normanno a provvedere non solo al ripristino di tutte le opere di difesa della rocca, ma pure al consolidamento e al restauro del castello”. Dal diploma di Ruggero II del 1145, “si apprende che la rocca e il castello furono assegnati, quali dotazioni feudali, assieme alla Città e al mare con tutte le loro pertinenze, al vescovado di Cefalù” fino a quando Federico II non dispose l’annessione della rocca e del castello al demanio regio. Interessante, a questo punto, la disputa tra Federico II e il vescovo Arduino II e il relativo processo, di cui sono conservati due manoscritti nell’Archivio capitolare della cattedrale di Cefalù, oltre ad una copia ottocentesca presso la Biblioteca nazionale di Parigi, diverse sintesi e un’edizione critica. Il castello non tornerà mai più al vescovo di Cefalù. Cacciati gli Angioini dalla Sicilia, dopo i Vespri del 1282, Pietro III d’Aragona, appena proclamato re di Sicilia, costituì, con proprio provvedimento del settembre dello stesso anno, suo castellano di Cefalù Ruggiero de Episcopo.
Desta meraviglia l’elenco dei castellani del castello di Cefalù, frutto di una meticolosa ricerca su documenti inediti conservati presso l’Archivio di Stato di Palermo. L’autore afferma di non avere “pretesa alcuna di completezza: anzi la lista si palesa lacunosa e, in qualche caso, cronologicamente non puntuale, per via di documenti mutili, illeggibili e, talvolta, tra loro discordanti, essendomi, oltretutto, fermato, nelle ricerche d’archivio, alle soglie del ‘600”. E, invece, ripeto, desta meraviglia la ricchezza di informazioni su una cinquantina di castellani.

Nel 1867, ormai del tutto mutate le condizioni storiche e venuto meno il ruolo difensivo del castello, con regio decreto n. 3467 del 6 febbraio, la rocca di Cefalù, insieme ad un lungo elenco del Ministero della guerra, cessava di essere considerata luogo fortificato e venne messa all’asta per aggiudicarla al miglior offerente. “Spirito civico, tempestività e lungimiranza, furono i provvidenziali rimedi con cui gli amministratori locali della città riuscirono a vanificare, per tempo, il doloroso proposito di cedere il “castello” (cioè la rocca) ad estranei”. E così, a due anni dall’aggiudicazione, il 6 marzo 1872 Vittorio Emanuele II firmò il decreto con cui il Comune di Cefalù fu autorizzato ad acquistare le terre del castello, con la cifra di 14.100 lire.
Ultimo elemento con cui si conclude la seconda parte dell’opera: l’acropoli sulla rupe, sviluppatasi in più fasi (periodo ellenistico-romano, per lo sbarramento dell’accesso di ponente a quota 95 m s.l.m.; periodo bizantino, per la costruzione di larga parte della cinta muraria esterna; periodo normanno-svevo, per ulteriori interventi, prevalentemente nell’area del castello) è la più estesa della Sicilia e tra le più ampie del Mediterraneo, con un perimetro di 1970 m e una superficie di 256.564 m2.

La parte terza dell’opera si apre in maniera poetica:

L’irto e rorido sentiero, che si inerpica sui fianchi della rupe, ad un tratto, inaspettatamente, si fa piano, quasi un balsamo per le fatiche spese. Il desiderio di proseguire rimane, comunque, forte: una giovevole sosta nell’area dei magazzini, uno sguardo fugace alla cappella di S. Anna, pochi passi ancora ed ecco magicamente apparire […] una strana fabbrica adagiata sul declivio del monte […] i cui grandi blocchi litici sovrapposti senza malta si confondono tra le sfumature grigio-argentee della roccia. Intanto, un sommesso quanto piacevole refolo di vento accarezza le fronde degli alberi, sollevando dall’affanno patito: sembra spirare da un mare lontano…

Prima di parlare del cosiddetto Tempio di Diana, Ilardo dedica ampio spazio (che lui chiama “celere rassegna”) alla produzione storiografica che si è soffermata sul monumento megalitico, sulla sua descrizione e interpretazione. Quindi si sofferma con attenzione sempre documentata sul fenomeno del megalitismo, sia dal punto di vista generale, che addentrandosi in analisi sempre più circoscritte alla Sicilia, fino ad arrivare, con la solita tecnica volta a zumare dopo un campo lungo, all’edificio della rocca.

Il titolo di questa terza parte è “Remoti echi d’Oriente”, perché l’autore colloca la Sicilia preistorica e protostorica al centro di un sistema di impulsi culturali provenienti dal Mediterraneo orientale e parla di un vero e proprio “fecondo travasamento di culture”. Il rapporto tra i popoli del bacino orientale e del bacino centrale e occidentale del Mediterraneo non si limitavano a semplici scambi di materie prime (nel II millennio a.C. veniva già estratto lo zolfo nell’area agrigentina e il salgemma nel bacino interno del Platani); le influenze egee, anatoliche ed egizie avranno un ruolo fondamentale con l’espandersi della cultura micenea nel Mediterraneo occidentale. D’altra parte, le genti minoico-micenee avevano la necessità di scali e basi da cui procedere alla volta del Mediterraneo occidentale alla ricerca di rame, stagno e argento e dove si fermavano, evidentemente, lasciavano tracce della loro presenza, soprattutto con i loro prodotti artigianali. In questo contesto di “echi orientali” si inseriscono due reperti di grande importanza: lo scarabeo egizio del cuore e la testa di mazza litica. Il primo è stato ritrovato tra la fine del ’40 e gli inizi del ’41 al di sotto del Tempio di Diana, secondo quanto dichiarato dall’autore della scoperta, Andrea Calderazzo (rintracciato tra mille difficoltà dall’autore), allora studente del Liceo-Ginnasio “Mandralisca”. Il reperto è oggi conservato nei depositi del Museo archeologico regionale “A. Salinas”, senza il corredo di alcuna utile documentazione e l’autore ha avuto la possibilità di fotografarlo, per la prima volta, il 2 dicembre 2003.

Dopo un’ampia disamina relativa allo scarabeo ritrovato e al tentativo di collocarlo in un contesto ben preciso, con le dovute attente analisi, Ilardo afferma:

La presenza dello scarabeo sulla rocca, scoperto “al di sotto” dell’edificio megalitico, non può essere stato un evento casuale. Chi ve lo ha portato, ritengo lo abbia fatto su esplicita commissione. Ma a che scopo? Certamente non per motivi ornamentali, cioè per essere usato come amuleto, sigillo o pietra preziosa da incastonare in un anello: erano tali solo quelli di ridotte dimensioni. Lo scarabeo del cuore di Cefalù, per natura, fattura, originalità (la preghiera “personalizzata”) dimensioni, era destinato, evidentemente, ad altre e ben più profonde finalità. Il suo ritrovamento, ad oggi il solo che si conosca in Sicilia (circostanza, questa, carica di particolare significato), potrebbe suggerirci una lettura storica diversa da quella sin’oggi prospettataci.

Il ritrovamento della testa di mazza (oggetti simbolo di comando e di potere, in genere rinvenute tra il corredo funerario di persone appartenute ai ranghi sociali più elevati), a sua volta, costituirebbe un ulteriore indizio dell’esistenza di una rotta commerciale lungo la costa settentrionale dell’Isola e della presenza a Cefalù di elementi anatolici, egeo-minoico-micenei ed egizi.
Tante le pagine dedicate al Tempio di Diana, alla sua analisi architettonica e costruttiva, attraverso un percorso di comparazione con altri monumenti dell’area mediterranea.

La parte quarta del libro inizia spostando l’attenzione alle grotte:

La prima e più immediata sensazione che la rupe trasmette è di primordiale, immutabile solidità. Eppure, questo suo stato di “inalterabilità” è solo apparente. Essa, in realtà, cela un altro mondo, un mondo senza luce, che muta e si trasforma: nell’arcana silenziosità delle sue viscere pulsa la vita, si ode la roccia stillare gocce senza tempo, si aprono grotte, caverne, spelonche.

In particolare, le grotte delle Giumente e dei Colombi vengono considerate l’archivio storico della rocca di Cefalù e viene affermata la necessità che il museo “Salinas” di Palermo “si faccia carico di restituire alla collettività quanto ancora rimane avvolto nel buio dei suoi depositi, consentendo agli studiosi di colmare quelle lacune che si trascinano, stancamente, da parecchi lustri”. Segue la descrizione di tutte le grotte della rocca.
Quindi passa all’analisi delle numerose cisterne sulla sommità della rocca, affermando che non si tratta di costruzioni, ma di vere e proprie formazioni geologiche utilizzate dagli uomini come serbatoi per la raccolta di acque meteoriche. Esse sono, quindi, di origine naturale e, ad eccezione della grande cisterna rettangolare entro la seconda cinta muraria, nell’area del castello, non si riscontrano segni di intervento umano con arnesi di scavo. Quindi, la descrizione della modalità e dei criteri seguiti per la raccolta delle acque e la loro conservazione e la descrizione di tutte le cisterne presenti sulla rocca. In ordine, vengono poi trattate tutte le chiese, le torri sul castello e quelle litoranee, le casermette, l’area dei forni e dei magazzini, e i più recenti interventi come la realizzazione alla fine del XIX secolo di un casotto in legname per l’installazione di una stazione semaforica e di vedetta, nonché per il riparo del personale addetto; l’installazione della grande croce in ferro, nel 1926; il rimboschimento del 1965.

La quinta parte si occupa, in maniera analitica, delle falde con un attento lavoro di ricognizione. Acquistano particolare risalto le trattazioni relative al mulino ad acqua, di fronte al bivio per Gibilmanna; alle convulse fasi storiche della costruzione del porto di Presidiana; all’impianto dell’ottocentesco cimitero comunale e, a quanto prospettato dall’autore, con lungimiranza, per il suo assetto futuro.

Il testo prosegue con i contributi di Valeria Calandra, Salvatore Cefalù, Antonio Franco, Nicola Imbraguglio, Pino Lo Presti, Pietro Lunardi, Domenico Portera. Quindi presenta un ricco apparato fotografico (175 foto), 13 tavole cartografiche, 15 tavole geografiche e topografiche, 10 tavole grafiche, 10 tavole pittoriche, una tavola cronologica, 27 tabelle e una ricchissima bibliografia.

Conclusione:
Ho iniziato definendo questo testo un monumento. Non so se sono riuscita a dimostrarlo. In caso negativo, il limite è mio, non del testo e sicuramente non dell’autore e del suo decennale impegno nel realizzare questa enciclopedia lirica della nostra “eccelsa rupe”.

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