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L’iniziativa della Cia, oggi a Palazzo dei Normanni, muove dalla commemorazione di quei tragici eventi del 1947 per affermare l’attualità del richiamo ai principi fondamentali della giustizia sociale e della legalità. Il presidente Scanavino: “le eccellenze del Made in Italy, bandiera dell’Expo, devono essere legate non solo alla qualità indiscussa delle produzioni agricole italiane, ma anche alla qualità e alla dignità del lavoro e della vita degli agricoltori”.

Non c’è futuro senza memoria. E l’eccidio di lavoratori che avvenne il primo maggio del 1947 in località Portella della Ginestra, la prima strage di Stato dell’Italia repubblicana, non può essere dimenticata. Anzi, oggi come ieri, quei tragici eventi affermano l’attualità del richiamo ai principi fondamentali della giustizia e della legalità, beni preziosi ma non ovunque e non a tutti accessibili. Lo ha detto il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori, Dino Scanavino, nel corso dell’iniziativa “Gli agricoltori italiani in ricordo di Portella della Ginestra. Legalità, dignità, lavoro, sviluppo” organizzata dalla Confederazione a Palermo a Palazzo dei Normanni proprio per commemorare il sacrificio di quegli uomini e quelle donne che chiedevano terra e giustizia sociale e trovarono invece le pallottole della banda criminale di Salvatore Giuliano.

“Con questo convegno -ha spiegato Scanavino- la Cia vuole dare il suo contributo affinché le eccellenze del Made in Italy, bandiera dell’Expo di Milano, siano legate non solo alla qualità indiscussa delle produzioni agricole italiane, ma anche alla qualità e alla dignità del lavoro e della vita degli agricoltori”.

Un discorso ancora più vero in Sicilia, dove la guerra alla criminalità organizzata si combatte, sul serio, anche con il lavoro della terra. Un lavoro, quello sui beni confiscati alle mafie, che Libera porta avanti da anni e che la Cia continua a sostenere coi fatti. E’ dal 2001 infatti, anno di fondazione della prima cooperativa “Placido Rizzotto” nel palermitano, che va avanti la partnership tra Cia e Libera, sancita poi nel 2008 da un protocollo d’intesa con cui la Confederazione si impegna “attraverso le sue strutture e i suoi tecnici” a fornire “consulenza e assistenza alle cooperative e ai soci del progetto Libera Terra nella gestione dei terreni confiscati alla criminalità organizzata”.

L’obiettivo comune è quello di ripartire dall’agricoltura per proporre un modello di sviluppo alternativo alla logica del sopruso e del ricatto. Dimostrare che ciò che la mafia ha sottratto alla collettività, con la violenza e l’intimidazione, può essere restituito alla società civile e può creare -attraverso il lavoro sui terreni agricoli “liberati”- nuove opportunità di sviluppo e di occupazione e un sistema produttivo basato sulla qualità.

Insomma, “dalle mani della criminalità a quelle della legalità -ha detto il presidente della Cia-. Un percorso non facile, tanto più in questa congiuntura economica, in cui la nostra agricoltura è sempre più spesso nel mirino delle mafie”. Dall’agropirateria alle truffe sulla Pac, dal caporalato al saccheggio del patrimonio boschivo, dall’usura al controllo delle filiere agroalimentari, la piovra della criminalità organizzata allunga i tentacoli sul comparto “coltivando” un business da 50 miliardi di euro l’anno, pari a quasi un terzo dell’economia illegale nel Belpaese.

L’infiltrazione nel settore primario di “Mafie Spa” produce più di 240 reati al giorno, praticamente otto ogni ora, e mette sotto scacco oltre 350 mila agricoltori -si è detto durante l’iniziativa riprendendo i numeri del ‘Rapporto sulla legalità e sicurezza 2014’ della Cia-. Il fenomeno, fino a pochi anni fa concentrato soprattutto nelle regioni del Sud, ora si sta espandendo a macchia d’olio in tutt’Italia, Nord incluso, con un raggio d’azione che è sempre più ampio e dilatato. La lista dei reati perpetrati nelle campagne è lunga e ha un conto pesante: non ci sono solo i 14 miliardi l’anno delle agromafie in senso stretto, vanno aggiunti i 4,5 miliardi calcolati tra furti e rapine; e poi i 3,5 miliardi del racket e i 3 miliardi dell’usura; e ancora 1,5 miliardi per le truffe all’Unione europea e 1 miliardo solo per la contraffazione alimentare in Italia; infine 1 miliardo per le macellazioni clandestine e quasi 20 miliardi di euro legati alle ecomafie tra abusivismo edilizio, discariche illegali e incendi boschivi dolosi.

“Attraverso il controllo nelle campagne -ha spiegato Scanavino- le mafie cercano di incrementare i propri affari illeciti esercitando il controllo in tutta la filiera agroalimentare, dai campi all’intermediazione dei prodotti fino agli scaffali del supermercato. Non c’è più in gioco solo il potere su un determinato territorio, la criminalità organizzata vuole far fruttare i patrimoni, entrando in quei comparti ‘anticrisi’ che si stanno dimostrando sempre più determinanti per la ripresa dell’economia nazionale, come appunto l’agroalimentare”. Per questo, ora più che mai, serve un forte impegno comune, azioni e strategie il più possibile condivise, per sconfiggere questa “piaga” che distrugge il tessuto sano e produttivo dell’imprenditoria italiana. Tenendo conto anche del fatto che l’agricoltura spesso mostra maggiori elementi di vulnerabilità, legati a quelle caratteristiche e inevitabili forme di “isolamento geografico” dei luoghi di lavoro e del livello di fragilità degli addetti. “La situazione è davvero grave -ha osservato ancora il presidente della Cia-. Tantissimi sono gli imprenditori che, purtroppo, fanno i conti con il racket e l’usura, con i furti e le rapine, con le estorsioni e le minacce. Senza contare i danni economici e d’immagine inaccettabili che i produttori e tutta la filiera di qualità pagano per colpa di falsi e sofisticazioni alimentari”.

Ma l’agricoltura di qualità è anche quella che combatte il sommerso. Questo significa affrontare un altro tema tragico e irrisolto: il lavoro nero in agricoltura. E in questo la Confederazione si sente in obbligo di guardare la realtà per capire cosa fare. In uno studio recente, l’Eurispes ha stimato al 32% l’incidenza del sommerso in agricoltura nel 2014. Una cifra in aumento rispetto agli ultimi anni: 27,5% nel 2011, 29,5% nel 2012, 31,7% nel 2013.

Dati allarmanti che richiedono una complessità adeguata di approccio. Se da un lato, infatti, il sommerso agricolo sembra fortemente legato a elementi strutturali e alla natura stessa del comparto, dall’altro si delinea come un fenomeno capace di rinnovarsi nel tempo secondo modalità di volta in volta nuove, traendo nuova linfa ora dalla crisi generalizzata e profonda che colpisce il comparto agricolo, ora dall’attività della criminalità organizzata, ora dalla complessità normativa e dagli alti costi del lavoro. Occorre, quindi, ben distinguere gli strumenti da utilizzare nell’uno e nell’altro caso. Nei casi che si possono ricondurre a irregolarità, e non a illegalità, occorre, secondo Cia, un approccio positivo che parta da questa domanda: come si sostiene, come si aiuta l’impresa regolare? Come si toglie terreno fertile a chi cerca nella complessità e onerosità delle regole un alibi al proprio comportamento scorretto? Per Scanavino “la risposta è in queste due fondamentali formule: semplificazione e premialità”.

Nei casi invece di illegalità, di lavoro nero, la formula necessariamente cambia e le “armi” a disposizione devono essere “affilate”. Per esempio, servono servizi ispettivi più efficienti, tema caro alla Cia, che vede in una razionalizzazione degli interventi ispettivi e in una loro crescita dal punto di vista della qualità, il modo per indirizzare la risorse verso le situazioni di reale gravità, abbandonando ogni residuo approccio formalistico e burocratico che spesso si traduce in un’improduttiva insistenza verso aziende note, sostanzialmente regolari e con nessun beneficio per i lavoratori. Poi c’è la questione odiosa del caporalato, che deve vedere da una parte una forte azione di sensibilizzazione, ma anche di corretta consulenza da parte delle organizzazioni di categoria per cautelare e mettere in allerta le aziende di fronte all’attività di soggetti intermediari che si presentano come regolari ma che regolari non sono.

Dall’altra parte, infine, occorre maturare la consapevolezza che il mercato del lavoro agricolo è zona talmente magmatica e dinamica da non poter essere governata con i servizi pubblici all’impiego, ma da richiedere l’intervento mirato delle parti sociali agricole a livello territoriale attraverso lo straordinario strumento della bilateralità agricola.

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