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Amastris Imperialis Civitas sex tantum milliaribus a finitimis Oppidis Sancti Stephani, et Regitani; eius olim Ruribus removetur, de qua Cic. in Verrem. Appellatur a Polibio Mitistratum, vulgo vero Mistretta dicitur. Fuit aliquando haec Civitas sub Dominio Comitum de Vigintimillijs Hieracij Marchionum, sed tempori progressu Regio Demanio adscripta est, ac Tit. Imper. Decorata a Carolo V. (Da B. Passafiume, De origine ecclesiae cephaleditanae, Venezia 1645).
Ho lasciato di proposito la notazione nella lingua originale, perché l’annuncio su madonielive di un incontro sulla tradizione culturale di Mistretta proprio nel “Palazzo della cultura” in essa esistente sarebbe sminuito da una traduzione pedestre (quale potrebbe essere quella dello scrivente) di un testo che ha tutta la forza espressiva, propria della lingua di Cicerone, per ben rimarcare l’immagine di una città, piuttosto decaduta, per molte ragioni di primario prestigio nel circondario Nebrodi-Madonie. A cominciare dal suo essere stata centro di cultura di buon livello, come denotano l’esistenza in loco di un centinaio di chierici ai tempi del Passafiume e soprattutto un corso di formazione religiosa di livello superiore, qual era quello in cui dettava le sue lezioni (in latino) di filosofia della natura un certo frate Gioacchino da Amastra.
Le ricerche condotte sulla vita di costui non hanno detto più del fatto che sia stato operante nella seconda metà del diciottesimo secolo. Di lui però resta un manoscritto da più persone (cito soltanto il preside Sottile e il prof. Giorgio Di Maria) ritenuto certamente interessante. Non tanto per il contenuto in sé, quanto per il tempo e il luogo in cui tale contenuto veniva proposto agli studenti. Si tratta infatti di un corposo trattato di fisica nel senso aristotelico del termine, in cui accanto alla fisica dello stagirita nella versione della Scolastica, e in particolare di Giovanni Duns Scoto, si danno ragguagli sui sistemi dell’universo, con la preferenza del sistema tolemaico, riguardo al quale frate Gioacchino conclude: «Riteniamo che probabilmente il sistema tolemaico non è incompatibile né con la fede né con la ragione, mentre il copernicano è per certo contrario alla fede».
Una conclusione, questa, che farebbe buttare il manoscritto in un cestino. Ovviamente se dovesse servire come manuale scolastico. Ma che, invece, fa crescere la importanza del testo. Il quale, oltre a dare la misura della statura intellettuale del Frate, così dotto e scaltrito da potersi confrontare dialetticamente, senza però citarla, con la famosa Lettera a Don Benedetto Castelli di Galileo, dà altresì contezza della permanenza degli esiti della condanna dello scienziato pisano a distanza di ben più di un secolo dalla sua scomparsa. Segno che non si era ancora smaltita nel basso clero (perché l’alto clero era più galileiano di quanto non si pensi) la paura della diffida ai docenti di matematica e filosofia di non abbracciare il copernicanesimo.
Riguardo al luogo – un seminario per l’appunto –, ha destato notevole interesse l’integrazione geometrica del trattato con un’esile quanto corposa esposizione di argomenti non inferiore a quella dei nostri corsi liceali. Con la precisazione, per noi molto interessante, che «la maggior parte della fisica senza una conoscenza della geometria, o quanto meno dei suoi principi, rimarrebbe sepolta nel capo più oscuro delle tenebre». Tanto interessante che ne abbiamo voluto stampare il testo, con l’intento primario di mettere in luce «quell’aspetto della tradizione culturale mistrettese, oggi purtroppo poco riconosciuto, riconducibile alla presenza in loco di un clero di alto livello culturale operante negli istituti religiosi fioriti ed affermatisi nella città in un lungo arco di tempo. Istituti che, per la via delle vocazioni religiose, svolgevano, pur con tutti i limiti e i condizionamenti propri dell’ambito ecclesiastico, una funzione promozionale del sapere in ogni strato della popolazione».
Ed anche per questo motivo abbiamo voluto lasciare la lingua originale. Perché risultasse più marcato il nesso tra la città di Mistretta e il mondo della cultura di élite. Senza dire che l’uso della lingua latina era consueto nell’ambito scientifico. Ragione per cui non possono esimersi dal conoscerla gli studiosi di questo ambito se non voglio accedere a documenti di seconda e terza mano nella loro attività di ricerca, essendo l’accesso all’originale di un testo imprescindibile al fine di evitare i fraintendimenti e le lacune accidentalmente presenti nelle traduzioni.
Sul piano didattico, il testo può rivelarsi utile per illuminare momenti e questioni della storia della matematica di un certa portata sotto il profilo concettuale, come possono essere i problemi classici giunti fino a noi dall’antichità, o quelle che hanno portato a una revisione finanche del concetto di verità matematica, o proprietà delle figure (mi riferisco in particolare alle coniche) divenute desuete nella prassi didattica attuale.
Ma non staremo a parlare di queste cose. Nel nostro caso sarebbe fuorviante. Qui il punto è il richiamo al prestigio di Mistretta nella storia del nostro territorio. Di una città che è stata comprimaria di Cefalù come capoluogo della Diocesi, mentre nel circondario più propriamente suo è stata il capoluogo assoluto, anche perché sede degli uffici principali della pubblica amministrazione e della giustizia. Se oggi le cose sono cambiate, questo non deve oscurare una tradizione sicuramente prestigiosa, come testimoniano anche beni culturali di valore inestimabile, le istituzioni a scolastiche che vantano una datazione ben antecedente a quelle più vicine a noi, le personalità di spicco che vi hanno insegnato, i segni di un’arte che esprime la sapienza e la cultura dei committenti e dei collezionisti, oltre all’esistenza in loco di qualche artista (Noè Marullo) di apprezzato talento. Tra queste cose va messo anche il modesto segno che abbiano voluto qui evidenziare.
GIUSEPPE TERREGINO

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