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La lettura di una riflessione ritrovata negli archivi del Comune di Geraci e allegata alla Delibera di conferimento della cittadinanza onoraria, è stata la modalità scelta dal Sindaco di Geraci Bartolo Vienna per ricordare il Prof. Pasquale Culotta, nel decimo anniversario della sua morte, ai numerosi studenti e docenti che affollavano l’Aula Magna del Dipartimento di Architettura nel giorno dell’inaugurazione della mostra dal titolo “PASQUALE CULOTTA: COSTRUIRE L’AVANGUARDIA” che rimarrà aperta fino al 23 dicembre 2016.
“Ho ritenuto opportuno fare conoscere a tutti questa intima e profonda riflessione su Geraci, scritta dall’autore nel 1996 a seguito di una visita al Monastero delle Benedettine, – dichiara il Sindaco Vienna – In primo luogo perché ritengo che essa contenga tutte le tracce della moderna visione dell’architettura di Pasquale Culotta, tesa a trovare soluzioni pertinenti e fortemente ancorate all’esperienza umana, ai nuovi bisogni del tempo.
In secondo luogo per la sua singolare capacità di interpretazione del carattere dei geracesi, sempre in bilico tra l’essere e il divenire, attraverso il linguaggio perenne dell’architettura delle loro case senza tempo.
Il terzo, infine, è stata la inaspettata scoperta del particolare attaccamento dell’autore nei confronti delle monache di clausura di Geraci e del Monastero delle Benedettine, fonte di lettura e di ispirazione per lo sviluppo e per la formazione del suo pensiero architettonico”.

Nel tempo e senza tempo
Dalla piazza, passati dal portale di pietra e attraversato il piccolo cortile del Monastero, attendemmo nel vestibolo d’ingresso pochi minuti.
Parlammo con l’anziana Badessa, dietro la grata di ferro.
Nel breve colloquio, che seguì alle presentazioni, la “Madre” ci parlò della storia del Monastero, di alcuni lavori che erano stati fatti nella fabbrica e dei rapporti con la Curia di Cefalù.
La mia curiosità di entrare in quel luogo di clausura aveva lontane origini; la memoria di delicate decorazioni sui dolci natalizi e pasquali che mio padre ci portava dalle monache di Geraci e le tracce delle stratificazioni del Monastero Benedettino di Cefalù, disvelate durante i lavori di restauro della fabbrica, abitata dalle origini nel XIII sec. E sino al XIX dalle monache di S. Caterina, poi Distretto Militare e oggi Municipio.
Quella visita fu come chiudere un circuito elettrico per ricavare energia ed illuminare un percorso, anche se conosciuto, non ancora visto interamente, perché attraversato in ombra o con poca luce.
C’era qualcosa di sospeso e in comune tra i ricordi giovanili dei dolci di Geraci e le ore della maturità vissute a ragionare e riflettere sulle stratificazioni architettoniche degli ambienti del monastero di Cefalù; c’era l’esperienza umana di clausura, un’oltre fuori dal mio sguardo, una presenza oltre la “siepe” del mio mondo conosciuto, che dilatava l’orizzonte della immaginazione, con le parole del poeta”….interminati spazi di là da quella e sovrumani/ silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo ;…. (g. Leopardi , L’Infinito).
Ci congedammo, e dopo una seconda breve attesa in cortile, entrammo nella chiesa da una porta secondaria aperta dall’interno, ma senza incontrare nessuno. La presenza delle monache non era visibile.
Sul bianco delle pareti gelosie in ferro segnavano la separazione tra noi e loro, in quel luogo possedevano vita, sentimenti, pensieri, lavoro e relazioni con un universo da loro scelto, individuato e selezionato.
Non so cosa possa significare in quel contesto essere anziane, avere una età, segnare il calendario degli anni.
Probabilmente, solo attendere le stagioni per la celebrazione delle feste e le ore del giorno e della notte per le orazioni quotidiane. Poi accudire alle pulizie, al lavoro, al mangiare, allo studio, al parlare e al sentire voci, suoni, silenzi.
Attività umane nel tempo della vita in assenza del discrimine tra ciò che avviene prima e ciò che avviene dopo.
Roccia levigata dallo scivolare perenne dell’acqua del fiume e dell’infrangersi delle onde del mare in tempesta.
Una architettura analoga a quella che abbiamo già visto nelle case di Geraci: architetture nel tempo e senza tempo; così le abbiamo definite durante i lavori del Simposio “Progetto pubblico per l’architettura del terzo millennio, che vi tenemmo tra marzo e il giugno del 1996.
Il filo dell’analogia, qui, avvolge in unica realtà ciò che la frenetica contemporaneità mantiene distante: l’esperienza umana e quella dell’architettura.
In due recenti seminari sugli “Spazi nuovi per la città contemporanea”, Giacomo Ricci e Giuseppe Guerrera hanno ripercorso il pensiero e l’esperienza dell’utopia, ricordandoci il fertile intreccio tra “assenza e presenza” tra “luogo e atopia”, tra “reale e progetto”, tra “uomo e realizzazione”; un richiamo e una spinta a riprendere le attività di ricerca in ambiti speculativi oggi trascurati, anche se ricchi di fermenti, per riaffermare la vitalità del progetto contemporaneo; vitalità indebolita e in alcuni casi soffocata dalla cieca idolatria della conservazione del passato.
In questa prospettiva di studi vi ho ritrovato paradigmi di Geraci:
 L’assenza/presenza della clausura delle monache di S. Caterina è testimonianza viva di “infiniti silenzi” e di una concreta utopia nella vita materiale dell’uomo.
 Il luogo/atopia delle case senza tempo è autentica espressione di un linguaggio perenne dell’architettura: gioco mirabile di solidi puri sotto l’eminenza della luce.
 Il reale/progetto nelle nuove opere pubbliche dell’Atlante è filigrana dell’arte della creazione nel dare soluzioni pertinenti a esigenze concrete.
 L’uomo/realizzazione, è attività che agisce nei geracesi e appare tra quiete e tensione, uno stare sospeso tra l’essere (soddisfatto) e il divenire (collettivo).
Dalla curiosità di quel giorno di domenica la mia Geraci, nelle meditazioni attorno agli studi sull’architettura, non è più una “siepe” che esclude, anzi è uno spazio che include ed è Laboratorio di ricerca per osservare, sperimentare ed affermare la Modernità tra due millenni.

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