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Fortunata Rizzo, presidente della sede di Cefalù dell’Archeoclub d’Italia rende noto il contenuto di una lettera inviata, in data 30 marzo 2018, dalla associazione al Vescovo della diocesi di Cefalù, all’Assessore regionale dei beni culturali, al Soprintendente ai beni culturali ed al Sindaco del Comune di Cefalù:
Oggetto: Vendita della chiesa di Sant’Andrea – o di Santa Maria di Porto Salvo –, sita ad angolo tra via Porto Salvo e via Vittorio Emanuele a Cefalù, di proprietà della Curia Vescovile di Cefalù.

L’associazione Archeoclub d’Italia, sede di Cefalù, ha appreso che è stato venduto dalla Curia Vescovile di Cefalù l’edificio storico della chiesa di Sant’Andrea – o di Santa Maria di Porto Salvo –, ubicato in pieno Centro Storico, di fronte alla Porta Pescara, ad angolo tra via Porto Salvo e via Vittorio Emanuele. La nostra Associazione, che da oltre venti anni promuove la conoscenza e la tutela dei Beni Culturali della nostra città, è rimasta sgomenta di fronte a questa notizia, giunta attraverso voci private e solamente ad affare concluso. La notizia finora non è stata né comunicata ufficialmente né commentata pubblicamente. Il Bene Culturale venduto a privati è un edificio religioso originariamente appartenente a una confraternita di pescatori, la quale, nel 1560, lo cedette ai frati Eremitani di S. Agostino. Una vicenda complessa, intrecciata tra la Chiesa Cefaludense, il popolo dei fedeli e la storia della città, ha infine portato l’edificio di culto al degrado e all’oblio.
Dal 2007, anno in cui per la prima volta la nostra associazione ha aperto la porta della chiesa per mostrarne al pubblico l’interno, abbiamo sottolineato più volte l’esigenza di assicurare all’edificio un’attenzione che comprendesse la tutela artistica e architettonica e la tutela e il decoro degli spazi esterni. Dieci anni di monitoraggio mostrano come nel 2007 il soffitto in legno della chiesa fosse ancora integro, mentre nel giugno del 2017 era già interamente crollato. In questi dieci anni più volte l’Archeoclub d’Italia ha auspicato e chiesto l’intervento degli enti preposti alla sua tutela, proprio per scongiurare questo enorme danno e per dare a questo bene culturale il rispetto e il decoro che spetta a tutti gli edifici storici e, a maggior ragione, a un edificio sacro, nato dalla pietas dei pescatori e dalla fede di un popolo intero.
Questo luogo, che nasce come sede di culto, racchiude sotto il pavimento di piastrelle in maiolica i resti mortali di chi vi fu seppellito, e mostra le nicchie vuote dove alloggiavano le statue della Madonna e dei Santi a cui il popolo rivolgeva le proprie preghiere.
Un luogo che, con la sua centralità urbana, il suo portale d’ingresso, gli altri suoi due portali tamponati, e, all’interno, la cantoria lignea, è stato da noi offerto alla conoscenza di più persone e più generazioni; un luogo che abbiamo cercato di proteggere dalla protervia di chi vi posteggiava le automobili a ridosso e dall’inciviltà di chi abbandonava lì davanti i propri rifiuti, anche al di fuori del cestino, indecorosamente collocato a fianco del portale.
Un luogo, tra l’altro, il cui degrado non doveva essere “mascherato” con un invasivo pannello di legno, collocato lungo la sua facciata prospiciente la via Vittorio Emanuele.
Un luogo, infine, al cui degrado si è risposto con una vendita a privati.
Ci pare opportuno rammentare, in merito, che il Codice Urbani riserva anche ai beni identitari della storia delle istituzioni religiose la peculiarità di patrimonio culturale; e ancora che, nell’intesa regolamentare stipulata tra la Conferenza episcopale italiana e il Ministero dei beni culturali, le particolari attenzioni di cui tali beni abbisognano si concretizzano nell’affermarsi della necessità di una politica di «collaborazione tra autorità civili e istanze confessionali per la conservazione, la tutela e la valorizzazione di tali beni».
L’adesione convinta alle finalità di un’associazione come Archeoclub d’Italia, attraverso la quale portiamo avanti i valori di conoscenza e di tutela dei nostri beni culturali, ci impone una constatazione “dolorosa”: la manutenzione ordinaria dei “beni” continua a essere ignorata; si interviene solamente quando il danno è difficile e oneroso da riparare; si lascia che una buona percentuale di essi, politicamente sbandierati come nostra comune ricchezza, deperisca o svanisca nella sua materialità, o – peggio – che subisca una trasformazione per scopi radicalmente differenti da quelli che ne improntarono l’originaria identità comunitaria.
Non si può tacere su quanto avvenuto. Né si può ignorare l’eventualità che ciò succeda per altri “beni”, siano essi di proprietà della “Chiesa” o di proprietà dello “Stato”. Ricordiamo che tali “proprietà” vanno intese correttamente, non come semplice possesso, ma anche e soprattutto come diritto e obbligo alla loro custodia.
Archeoclub d’Italia – Sede di Cefalù
presidente
Fortunata Rizzo