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I Castellanesi mordevano il freno sotto il “dominio” di Petralia. Niente secchia rapita, solo muri imbrattati e carri rovesciati – Svitare il monumento o minare il municipio? – Sotto la pallida luna i vecchi nemici si strinsero la mano: uno aveva il secchio e l’altro il pennello – un’altra lotta intima nel Comune confederale?

Era quanto riportava L’Ora del Popolo, nel lontano 1947, dedicava a Castellana Sicula ed alla sua raggiunta autonomia.
Molti ignorano, però, la avvincente storia, i “torbidi” retroscena e i commoventi particolari della lotta senza quartiere condotta per circa mezzo secolo da questo simpatico paese. Tranquillissimo in tutto il resto, ma ribellatissimo quando s’è trattato di combattere per la propria emancipazione. “Emancipazione o morte”, “Vogliamo governarci da soli” o “Vogliamo l’emancipazione” si leggeva fino a qualche decennio fa ancora su alcuni muri di Castellana. Castellana non ha avuto bisogno di morire: dopo tanti anni ha avuto l’emancipazione, l’autonomia. Ma in che modo?
Castellana nacque come frazione della vicina e superba “Petrae lilium”, Petralia, che di pietra deve avere avuto anche il cuore, se per anni ha impedito alle sufficienti migliaia di Castellanesi di emanciparsi. Per tutto, anche per le cose più usuali, i Castellanesi dovevano ricorrere a Petralia. E in cambio ne ricevevano lazzi e frizzi. “Eravamo considerati gente di colore” mi dissero i Castellanesi risentiti. “Erano antipatici e poco scaltri” mi dissero gli sdegnati Petraliesi.
Dio sa quanti fiumi di parole e di petizioni hanno alimentato per anni i prosperi laghi della burocrazia prefettizia e ministeriale. Anche il buon Crispi si trovò un paio di volte sul tavolo “l’affare Castellana” e altrettante volte lo vide passare agli atti misteriosamente. La “longa manus” petraliese aveva infatti una forza penetrativa perlomeno proporzionale all’entusiasmo dei Castellanesi. A parte l’egemonia morale, dopo tutto, Petralia avrebbe perduto, con Castellana, anche due altre frazioni, Calcarelli e Nociazzi unitesi alla prima per la costituzione del “Comune delle Borgate Unite”, e le terre più fertili della giurisdizione.
Già nell’agosto del 1902, a Castellana, la Società Agricola, che contava ben 227 soci (presidente Riotta, vice pres. Gennusa, cassiere Ferruzza e portabandiera Paraula), poneva come obiettivo primario la lotta per l’emancipazione della borgata e la sua erezione a comune autonomo.
Ma, sia il sindaco Giuseppe Pucci, che resse le sorti del comune fino al 1910, che il sindaco Eugenio Calascibetta, successivamente, riuscirono a bloccare gli intenti dei Castellanesi.
Più insistenti, e soprattutto per motivi pratici, erano state le richieste di autonomia nel 1913, in occasione delle elezioni politiche, portate avanti da Giuseppe Riggio, Giuseppe Macaluso, Giuseppe Poletti e da don Nenè Schimmenti, ma anche in quella occasione e in seguito, per lo scoppio della guerra 1915-18, l’idea si dovette abbandonare.
Il 3 ottobre 1920 si insedia a Petralia Sottana la nuova amministrazione comunale, dei trenta eletti fanno parte anche Antonio Virga, Giuseppe Riggio, Michele Poletti, Giuseppe Profita e Pietro Calistro, castellanesi che con l’appoggio degli altri quattro consiglieri di Calcarelli e dei due di Nociazzi continuano a sostenere la causa di separazione. Ma anche stavolta, e negli anni successivi, per colpa di nefaste interferenze politiche fasciste e per la seconda guerra mondiale, Petralia mise in campo ogni sorta di espedienti allo scopo di ritardare o procrastinare l’esecuzione del progetto.
Caduto il Fascismo e conclusa la seconda guerra, nei primi mesi del 1946 si costituì un Comitato Esecutivo (Presidente onorario Matteo Galbo, presidente effettivo Vincenzo Miserandino e segretario Pietro Lio) e un Comitato di Agitazione Permanente Rivoluzionario, ci fu una specie di “ammutinamento” verso il capoluogo, i locali municipali dove risiedeva il Delegato del Sindaco, Emanuele Schimmenti furono chiusi e non si provvide più a registrare ne nascite, ne matrimoni, ne morti.
Lotte sempre lotte. Ma una bella mattina del maggio 1947, un giornale isolano portava a Castellana Sicula l’annuncio della libertà sancita con decreto legislativo del capo provvisorio dello Stato (per gli amanti della precisione e della storia : n° 502 del 22 maggio 1947). Ma quante ansie prima quante lotte! Niente sangue, badiamo. L’unico rosso che bagnò le epiche vicende fu quello delle vernici rosse usate per le scritte murali.
Ormai nessuno ricorda più la storia del fulgido sei giugno 1920. Forse a qualcuno è stata raccontata dai nonni.
All’alba del fatidico giorno i carretti petraliesi andarono come di consueto per prelevare il grano dai magazzini comunali siti a Castellana. I castellanesi non vedevano pane da diversi giorni. “No” dissero e rovesciarono i carri. Ma erano ancora in pochi. E poiché il brigadiere temeva che si degenerasse, mandò due baldi militi a piantonare il campanile perché le campane non suonassero a raccolta. Ma due bambini, elusero la vigilanza dei baffuti agenti e poco dopo i “din don dan” angosciosi chiamavano i figli nella piazza della Patria comune. I più lasciarono le pale con cui battevano il grano e corsero. Altri, più scaltri, corsero portandosi dietro le pale. Una folla minacciosa si raccolse. Il cordone dei carabinieri era puramente morale. In tutto quattro militi separavano le centinaia di persone dalla rappresentanza petraliese. Ma i Castellanesi non avrebbero fatto un torto ai carabinieri per nessuna cosa al mondo. Si volevano aprire i magazzini, ma lo spargimento di grano fu evitato. “Fateci almeno caricare sabbia – dissero i petraliesi – perché il viaggio non vada completamente a vuoto”. E caricarono sabbia, tra i fischi e i motteggi. A sera la mesta e muta carovana, carica di lazzi… e arena, rientrò a Petralia dove la notte, d’urgenza, si riunì il consiglio comunale.
Il ’46 fu invece l’anno della resistenza passiva, alla Ghandi. Ma i più giovani, riuniti nel C.A.P.R. non perdevano tempo. In una delle tante riunioni notturne un solo contadino disse: “Ci penso io”. Corsero ad acciuffarlo in tempo sulla piazza, non appena si conobbero le sue oneste intenzioni: voleva minare l’edificio del comune di Petralia. “Cosa mi possono fare” diceva il buon diavolo a chi lo tratteneva. “ Di notte non c’è nessuno… e poi … abbiamo ragione!”

dal giornale Voce della Sicilia 

Dinanzi ad una logica così patriottica non c’era niente da dire, ma il municipio non saltò, cosi come non fu rubata la statua in bronzo del Monumento dei Caduti dalla piazza della “Capitale” che secondo un meticoloso progetto i Castellanesi avrebbero dovuto ricollocare nella Villetta delle Palme, coperta con un lenzuolo bianco che, tolto, avrebbe mostrato al popolo la scritta: “I guai vostri li piango io”.
I castellanesi partivano di notte, per queste imprese. Arrivavano strisciando come serpi e si arrampicavano sui muri come scoiattoli. Una notte…un fatto… commovente.
Il 19 febbraio del 1947 (notte del mercoledì delle ceneri), mentre i petraliesi ballavano spensieratamente il Comitato di Agitazione decise per una spedizione nel capoluogo. C’erano Calogero Rusignuolo, Ciccio Ingrassia, Leonardo Genduso, Pietro Lio, Luciano Schillaci e Celestino Sammarco che sarebbero andati con il camion dei fratelli Norato.
Il capo-spedizione disse: “Tu e… tu…scrivete sul municipio”. Ma non vide chi erano i “tu” e “tu” cui si era rivolto. Erano due acerrimi nemici: le loro famiglie si odiavano da lustri. Ora uno aveva il pennello e l’altro la vernice. La facciata del Municipio era bella e bianca. C’era da fare un capolavoro. Ma senza pennello non si scrive e senza vernice il pennello non serve. Ebbene, sotto la pallida luna i due nemici si strinsero la mano, nel supremo interesse della patria, e l’indomani, proprio sotto il balcone del Sindaco, i Petraliesi lessero: “Petrae Lilium sbracaturum es”con caratteri così belli, così rossi e così vivi che non poterono fare a meno di ammirarli.
Altre scritte imbrattarono i muri dell’Istituto Magistrale: “Le colonie unite muovono contro la capitale”, “L’evoluzione dei tempi ha maturato il destino delle borgate”.
Ora i Castellanesi non cantano più le tante canzoni della loro lotta, non cantano più “Si sciogghiunu li gruppa a unu a unu” oppure “Macchinista, macchinista paesano/ metti l’olio agli stantuffi/ di Petralia siamo stuffi/ e il Comune vogliam formar. I problemi continuano ed esserci, sono diversi, ma sono sicuro che anche questi troveranno la giusta risoluzione.

F.M.