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È ormai chiaro lo sfacelo politico che sta riguardando l’Italia, come peraltro alcune altre Regioni europee ed extraeuropee. Si confondono furbizie e scorciatoie per strappare consensi, sia pure temporaneamente, con le responsabilità di Governo di dare risposte concrete ai problemi del Paese e ai bisogni delle persone. In materia di immigrazione, anche se occorre fare qualcosa per far fronte ai flussi irregolari d’immigrazione, è pur vero che bisogna tener conto dell’obiettiva posizione geografica dell’Italia e degli altri Paesi del Sud Europa. L’aspirazione degli immigrati non è quella di restare in Italia, ma, per la maggior parte di loro, vivere nei Paesi dell’Europa continentale. Tutto l’appoggio possibile a chi si fa portatore di questa aspirazione, ma occorre più attenzione per chi sceglie o è costretto a restare in Italia. A somiglianza dei lavoratori italiani, che hanno concorso allo sviluppo delle realtà territoriali ove emigravano, sono e saranno ben accetti coloro che sulla base dei bisogni e delle esigenze produttive dei territori nell’agricoltura, nell’alimentazione, nell’industria  conserviera, nella pesca, nel turismo e nei servizi collaterali, scelgono il nostro Paese. C’è da domandarsi però: cosa ne è stato degli opportuni decreti flussi che autorizzavano l’entrata in Italia di masse di lavoratori provenienti da Paesi detentori di surplus di manodopera? Perché si è finito per eliminare i flussi di ingresso dei lavoratori stranieri in Italia, necessari per coprire i bisogni occupazionali, spesso per svolgere lavori non graditi e rifiutati dagli italiani? Perché per entrare in Italia bisogna spesso fingere di essere perseguitati per motivi politici, per violenze subite, per contrastare il mancato esercizio dei diritti civili, quando la civiltà, nei diversi secoli, nei diversi millenni, si è costruita con la scelta degli uomini e delle donne a popolare o a ripopolare nuovi territori, arricchendoli della forza e delle nuove risorse intellettuali. Ciò ha contribuito a diffondere nel mondo la civiltà, che, guarda caso, ha visto i primi nuclei umani costituirsi al centro dell’Africa. La verità è che c’è troppa incompetenza  spesso ignoranza, non c’è più formazione e selezione del ceto politico e, a fronte di tali carenze culturali e intellettuali, esiste uno spiccato individualismo, fine a sé stesso, che non garantisce competenze e professionalità politiche e di governo. Rilanciamo allora dal basso i temi della socialità e del socialismo, i temi della solidarietà tra i popoli e della solidarietà all’interno dei popoli. Marginalizziamo quella che sia e quella che viene a determinarsi come “casta politica”, perché da qualunque parte essa provenga, al nuovo o dal vecchio, può solo produrre danni alle società presenti e future. Stiamo cercando, attraverso il Movimento “Oltreoceano, in Europa e in Italia – cattolici, socialisti e democratici uniti”, significativi e qualificati leader politici mondiali, disponibili a dar vita dal basso a un movimento internazionale che rilanci i valori fondamentali che consentano di condividere e vivere la società con dignità e solidarietà e, altresì, di condividere le prospettive ideali e politiche che costituiscono le motivazioni che danno diritto e dignità agli uomini di vivere, riguardando le prospettive delle collettività presenti e future. Se a questo nostro richiamo di assunzione di responsabilità alcuni personaggi spendibili nel Vecchio Continente e nel resto dei Paesi extraeuropei non risponderanno, è possibile che si costruisca un destino infausto per le generazioni presenti e future.

 

Luciano Luciani (Presidente Istituto Italiano Fernando Santi)