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Dopo quella del grande anarchico zio Paolo, Nicola Schicchi racconta le storie di altri due suoi famosi parenti, Giacinto e Riccardo, padre e figlio. Aviatore il primo, regista a luci rosse il secondo.
Agli antipodi secondo la morale corrente, ma accomunati dal germe della bellezza.
Sabato 26 gennaio 2019 alle ore 17,00, a Collesano (PA) presso i locali di Vicolo Castello verrà presentato il libro Giacinto e Riccardo Schicchi. La famiglia, gli aerei, la pornografia, di Nicola Schicchi.
Interverranno con l’Autore:
Giovanni Meli, Sindaco del Comune;
Pietro Attinasi, direttore di collana – Edizioni Arianna;
Antonino Cicero, giornalista e curatore del libro.
Suonerà il pianoforte Arianna Attinasi
In questo pezzettino della famiglia Schicchi, ulteriore ramo di gente imbarcata sulla zattera dell’“amore” – amore viscerale per qualcosa – la pornografia è diventata anarchia nel senso letterale del termine, dimenticando che – per quanto ciò possa aver seriamente interessato – l’anarchia, quella con la a maiuscola, fu praticata, con rigore e meraviglia, tra alti e bassi, dall’avo Paolo.
L’Autore è il pronipote dell’anarchico Paolo Schicchi e nipote del nipote aviatore, Giacinto. Cugino, dunque, del figlio di Giacinto, Riccardo. Riccardo Schicchi per intenderci, il regista a luci rosse, “creatore” di attrici divenute personaggi – Cicciolina, Moana… – e marito dell’affascinante Eva Henger. Ancora una volta, quindi, dopo il primo Paolo Schicchi. Storia di un anarchico siciliano, ritorna una storia familiare raccontata da “uno di loro”, dall’interno, fin dove è stato permesso. Perché a un certo punto, quel gruppetto è volato via, letteralmente, divenendo i contatti sempre più radi e difficili – per volontà o per circostanze indipendenti – lasciando all’archivio di famiglia e ai ricordi, le ultime parole e gli ultimi dettagli inediti.
Questo ramo, infatti, si avvia con Giacinto “il Pilota” ovvero “il Porcello”, secondo la ‘nciuria accreditata in famiglia e impressa dallo zio Paolo. L’anarchico di professione, insomma, ne ha sempre avute per tutti, nondimeno per i familiari più stretti. La terminazione – nervosa, biologica, vegetale – da albero quasi in frantumi, oggi è quella di Riccardino, figlio di Riccardo. Quello, sempre lui, della pornografia.
Che è arte, a modo suo: quantomeno di corpi che si legano e si defilano. E se è arte, a suo modo, nuota tra regola e sregolatezza, pur di contenuto o magari di contestazione: un antigruppo, insomma. E allora, anche lì dove si pensa che non vi siano regole, alla fine ve ne sono. Eccome. Anche nella pornografia, anarchia corporale e sensuale che fece gioire per mezzo secolo quell’uomo esile dall’aria impiegatizia, da televenditore di batterie di pentole. Una faccia amica, sicura, cordiale, bonaria, capace di trasmettere il senso della normalità. Che, forse, il vero significato anarchico del suo avo risiedesse lì, chiuso nell’ovvio di una pratica “impura”? Che l’anarchia sia la normalità?
Riccardo, a quanto pare, si divertì molto nel corso della sua vita. Diede a sé e a milioni di persone sparse per il mondo, l’illusione che i muri convenzionali andassero più che abbattuti, dipinti, ripensati. E, d’altra parte, un amante della fotografia e un cultore della bellezza non poteva non giungere a una simile conclusione, spesso corrucciato per le brutture urbanistiche – simili a quelle morali e corruttive della politica e della società – che era costretto a vedere. [Dalla Prefazione di Antonino Cicero]